Junior Member
 Group: Princess DreamPosts: 219 Location: Neverland nel cuore, le lande desolate del Friuli nella coscienza. Status:  | |
| Amare quasi da morire.
We should be lovers, and that’s a fact No nothing would keep us together, We could steal time just for one day, We can be heroes, forever and ever Just because I, and I will always love you How wonderful life is, now you’re in the world. ~ Moulin Rouge
In quella gioia così devastante, qualcosa di oscuro cominciava ad imperversare. Una paura senza nome di cui si conosceva solo l’essenza. Tenebre maligne che non volevano essere affrontate ma che, prima o poi, si sarebbero scontrate con me. Perché è così che va il mondo: anche se scappi, non riesci mai a lasciarti dietro i tuoi problemi, per questo la terra è tonda, non per strani voleri di qualcuno più grande di noi. “Chiera? Stai bene?” Sorrisi a Rose. “Sì, sto bene.” Chissà perché continuavo a mentire, poi. “Ci racconti una storia?” sedici bambini delle più diverse età si sedettero a gambe incrociate attorno a me. “E’ora della nanna”, feci notare. E in effetti era vero: Lycia, l’infermiera, era venuta a prendere i bimbi per riportarli nelle loro stanze. Poveri, io non avevo mai sopportato il pisolino pomeridiano. “E poi David mi aveva dato il permesso di farle fare un giro, come suo amico”, tum-tum. Mi si mozzò il respiro, fu esattamente come ricevere una pugnalata. Ed ero contenta. “Rob?” mi voltai a fissarlo mentre lui era sempre sorridente. “Non è giusto”, mugugnò David. “All’attacco!” i bimbi si fiondarono verso Robert che, ridendo come un pazzo, ne prese due in braccio e li fece volteggiare. Tum-tum. Tum-tum. Fu come essere catapultati in un sogno, mentre la testa si riempiva di ricordi e il cuore volava leggero. Rabbrividii senza un minimo di contegno guardandolo mentre sorrideva. “Adesso andiamo”, s’intromise Lycia, frantumando la magica atmosfera. Un coro di no riempì la stanza, ma non c’era niente da fare per loro. “Come stai?” chiese premuroso. Tum-tum. Tum-tum. Deficiente, rispondi! “Ah, ehm, sì, no, ecco, bene.” Scoppiò a ridere. Ridicola, ridicola, totalmente ridicola. “Tu?” “Il solito, comunque bene.” Silenzio. “Di nuovo qui, dunque”, non sapevo che dire. Cosa ci faceva di nuovo lì? “Sono venuto per portarti a Neverland.” Tum-tum. Tum-tum. Vidi una leggere patina nera coprirmi gli occhi, e sentii qualcosa sul petto che mi bloccava le vie respiratorie. Dovevo calmarmi, sennò finiva male. “Andiamo, allora.” Bene, la cosa mi piaceva: avevo detto qualcosa di senso compiuto, finalmente. Ci dirigemmo verso la mia stanza per prendere il giubbotto, quando una schiera di infermiere ci passò vicino. Mi scappò una smorfia disgustata che non sfuggì a Robert. “Che hai?” “Le infermiere mi terrorizzano”, ammisi. Una lo salutò in un modo che non sarebbe stato ammissibile davanti alla legge. Ci doveva per forza essere qualcosa riguardo i saluti, no? No. Non c’era. Stupida costituzione inglese. Mi rabbuiai quando Rob le sorrise, “secondo me sono simpatiche. Ma spiegami: anche mia sorella ti terrorizza?” “Soprattutto tua sorella”. “Chiara?” “Sì?” “Perché hai messo su il broncio?” tum-ptum. Ecco, spiegaglielo, perché hai messo su il broncio? Ma la verità era che non lo sapevo nemmeno io. Era innegabile che provassi qualcosa per Robert, mi aveva ridato vita, dopotutto. Sentivo qualcosa di talmente grande, quando lo vedevo, che non sarebbe stato possibile spiegare. Bruciavo di un calore così umano e potente che mai avrei immaginato. Rabbrividivo quando sorrideva, ero incapace di respirare quando mi toccava, ormai vivevo per trascorrere del tempo con lui. Solo noi due, nel nostro Neverland. “Niente, niente.” “Sei gelosa?” “No!” tum-tum, calmati dannazione, sennò finisce male. Arrossii. Ecco, questo si chiama calmarsi. Deficiente. “Va bene”, fece cadere il discorso e gliene fui immensamente grata. *** Due ombre silenziose nei Kensington Gardens. Milioni di pensieri e sentimenti che ci avvolgevano. E io non sapevo che fare se non rimanere senza fiato mentre lo osservavo. Tum-tum. “Ti mancano i tuoi genitori?” chiese improvvisamente. “Da morire. Loro, i miei parenti, i miei amici...” “...e il tuo ragazzo”, aggiunse. Scoppiai a ridere. Certo, certo, come se ce l’avessi il ragazzo. “Non sono mai stata brava nelle relazioni.” Aggrottò la fronte, quindi ci sedemmo nella solita panchina, “perché no?” “Non lo so nemmeno io. Ho avuto due ragazzi... e mezzo.” Rise, “scusa?” “Ora ti spiego, non preoccuparti. In media, comunque, sono durati tre giorni.” “Stai scherzando?” tum-tum. Tum-tum. Raggelai, chissà a che stava pensando. “Il primo giocava a basket, per farlo contento il finesettimana ci eravamo organizzati per fare una partita. Penso che mi abbia sottovalutata perché l’ho stracciato. Così mi ha mollata, non ricordo nemmeno la scusa. Ma dopo la partita è finita lì.” Strabuzzò gli occhi, “l’hai battuto?” “Sì, bè, mio padre era allenatore una volta, perciò qualcosina l’ho imparata anch’io.” Sorrise, “e noi due, un giorno, potremmo giocare?” Tum-tum. Tum-tum. Il cuore sembrava perforare il petto e le mie dita non stavano ferme per l’agitazione, “penso che si possa fare, se starò meglio, naturalmente” “Il secondo?” chiese curioso. “Il secondo era un violinista, molto bravo e molto scemo, devo dire. Dovevamo fare un saggio: io accompagnavo, lui suonava la melodia. Per un po’ di tempo andò anche bene, tra noi. Per quattro giorni, cioè.” Ridacchiò “Facemmo il concerto e...” Continuai. “E...?” “Poi non l’ho più sentito.” “Mai?” “Mai. Che c’è? Non ti sto mentendo.” Scosse la tesa, “vai avanti.” “Dai, Rob, spiegami cos’hai.” “Niente, pensavo solo al fatto che noi uomini siamo deficienti.” Risi. Tum-tum. Tum-tum. Calore che mi avvolse a ondate. Sorrise, “e il mezzo?” “Con lui è durata un giorno.” “Cosa?” “Davvero. Mi aveva incrociata per i corridoi di scuola e mi disse che doveva parlarmi. Mi offrì un the e quando mi chiese d’uscire sputai praticamente tutto.” Si piegò in due dalle risate e, a fatica, annaspò: “quindi è un hobby per te sputare addosso alla gente. Victoria aveva una crisi di nervi, l’altro giorno, per colpa tua”, e continuò a ridere. Tum-tum. Tum-tum. Tum-tum. No, no, no. Lo sapeva? Mi si annebbiò la vista e cominciai a respirar male. Mi alzai per cercare di prender fiato e sembrò funzionare. Mossi lentamente qualche passo in direzione di Peter Pan, nella speranza che lui potesse aiutarmi. “Chiara?” “Sì?” non mi voltai, rossa com’ero non mi sembrava proprio il caso. “Non ti sarai mica offesa”, sentii qualche nota stonata nella sua voce, cosa mai successa prima: era triste, timoroso. “No, certo che no”, come se fosse possibile, poi. Qualcosa di freddo mi accarezzò la guancia. Alzai la testa e sorrisi: nevicava. “Rob, nevica!” Lo sentii ridacchiare al suono della mia voce entusiasta. Mentre riprendevo un colorito normale, cominciai a volteggiare ad occhi chiusi, con le mani rivolte verso l’alto. I fiocchi si posavano delicatamente sul mio volto, sulle mie mani. Li riaprii e mi fermai, “guarda che bella la neve, Rob. Ho sempre pensato che i fiocchi fossero delle fate, sai? Non sono bellissime?” “Sì, lo sono. Ma ce n’è una, in questo momento, da cui non riesco a staccare gli occhi.” Mi voltai per poterlo guardare e mi sentii completamente bruciare. Robert mi stava fissando con una luce negli occhi molto più splendente del solito. Tum-tum. Tum-tum. Calmati, calmati. “Sei... sei la più bella fata di Neverland, Chiara, e non te ne sei mai accorta.” Deglutii a fatica, e i fiocchi di neve si sciolsero all’istante a contatto con la mia pelle bollente. Un fuoco intenso si era propagato dal mio cuore al resto delle membra. Tum-tum. Tum-tum. Tum-tum. Robert s’avvicinò lentamente, quasi in attesa di un mio movimento. Ma, in quel momento, sembravo incapace anche d’intendere e volere. Sfiorò con le sue dita la mia guancia, tracciando una scia di pura roccia lavica. Cominciai a tremare. Con lentezza studiata mi cinse la vita e si abbassò verso il mio viso. Tum-tum. Tum-tum. “Il tuo cuore sta per uscire dal petto”, mi fece notare con voce innaturalmente roca. Sorrise mentre continuava ad abbassarsi. Tum-tum. Tum-tum. Fa’ qualcosa! Socchiusi gli occhi. “No”, sussurrai mentre il mio cuore esplodeva. Robert si bloccò, frastornato. “Potrei morire da un giorno all’altro”, la voce mi tremava, come tutto il resto del corpo. “E tu soffriresti, Rob.” Si lasciò andare in un sorriso, “non m’importa. Me l’hai insegnato tu stessa, dopotutto:ogni nostra meta, ogni cosa che amiamo richiede un sacrificio. E io sono disposto a soffrire.” “Allora è un altro discorso” Tum-tum. Tum-tum. Deficiente, rischi grosso, così. “E’ un altro discorso, sì.” E continuò ad avvicinarsi. “Tienimi stretta”, sussurrai. E ci baciammo. Fu la cosa più spettacolare al mondo. Avvampai di un calore così forte da riscaldare anche Robert, sembrava che non avessi mai baciato davvero, prima d’allora. Tum-tum. Fu perfetto. Le nostre labbra sembravano essere state create per potersi unire. Forse era quello il motivo del mio difetto al labbro superiore. Tremavo come una foglia mentre le ginocchia cedevano, ma Robert mi teneva stretta per la vita. Tum-tum. Troppo presto ci staccammo e sentii il cuore in gola. “Wow”, sussurrai e arrossii ancor di più. Deficiente! Che fai? Clap, clap, clap, un applauso al premio Nobel per la demenza cronica. Robert ridacchiò e mi diede un bacio sulla fronte. Continuò a cullarmi nel suo petto mentre il mio cuore cominciava a calmarsi. “Grazie, Rob.” “Di cosa?” “Di esistere.” Mi sollevò da terra e, come il giorno prima, mi aggrappai al suo collo. “Non so dirti cosa mi abbia spinto ad andare a trovare mia sorella in ospedale, ma è stata senz’altro l’idea migliore che abbia mai avuto nella mia vita.” Sfiorò il mio naso con le labbra e il mio cuore partì con il suo galoppo selvaggio. Chiusi gli occhi e poggiai la fronte sulla sua, mentre mi beavo di quel profondo calore e del suo profumo così fresco. “How wonderful life is, now you’re in the world”, canticchiò e ridemmo insieme. Per tutta la strada dai Kensington all’ospedale, ci tenemmo per mano, le dita intrecciate, gli occhi che si cercavano in continuazione. E il mio cuore partiva in ogni istante. *** “Queste sono le medicine e questo è il sonnifero”, Victoria entrò senza bussare nella mia camera, proprio quando Rob stava per andarsene. “Ah, ancora qui, Robert?” “A quanto pare sì.” “Perché il sonnifero?” m’intromisi. “Perché continui ad avere incubi e ti svegli la notte urlando. Non fa bene a te e nemmeno all’intero reparto.” Arrossii e Victoria se ne andò. Sospirai. “Non pensavo che i tuoi incubi fossero così tremendi.” Commentò Robert con la fronte aggrottata. Mi passai una mano sulla fronte, “sì, bè. Ho semplicemente paura, niente di che.” “E di cosa?” Si avvicinò e mi abbracciò. Tum-tum. Tum-tum. “Di tante, tante cose.” “E se...”, si schiarì la voce a disagio. “Se provassi a dormire con te, stanotte? Così se ti svegli non sarai sola.” Mi pietrificai mentre cominciavo a bruciare. Tum-tum. Tum-tum. “Stai scherzando?” avevo la voce rotta per l’emozione. “Solo se tu vuoi.” Mi allontanai da lui e fissai i suoi occhi preoccupati. Mi sentivo ardere da una gioia incontrollabile, insostenibile per una sola persona. “Dormi con me, allora”, sussurrai con un fil di voce. E Robert mi baciò.
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