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Diario di Corte

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We can be heroes, forever and ever., Robert Pattinson~ New Character.
TOPIC_ICON8  CAT_IMG Posted on 25/5/2009, 20:37Quote

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Status: Offline: ultima azione eseguita il 7/12/2009, 23:20


We can be heroes, forever and ever.
Flying between fairies and fears.


Nevica. Grandi fiocchi bianchi danzano nell’aria
E un manto candido copre le colline che fanno da corona a questa valle silenziosa,
a questa torre solitaria.
Sarà così il paese della Pace Eterna?
È questa l’immagine che per sempre vedremo con gli occhi dell’anima?
Se così fosse sarebbe dolce la morte,
soave il passaggio all’estrema dimora.

~ Valerio Massimo Manfredi, L’ultima Legione

“Dove stai andando?”, ecco la voce che è sinonimo di persecuzione. Se è vero che il Diavolo veste Prada, non bisogna dimenticare che veste anche il camice bianco. La sua sola vista mi faceva accapponare la pelle. Colpa sua, naturalmente, perché la mia infermiera sembrava essere piuttosto sadica con me. Io non avrei mai riso ficcando la flebo sul braccio della mia paziente come se fosse uno spillo. Lei lo faceva.
“Mi sgranchisco un po’ le gambe”, mentire non era mai stato il mio forte, dato che io stessa avevo condotto una mia personale crociata per la conquista della verità. A volte, tuttavia, mi rendevo conto che pur di salvarsi da quello sterminio di massa di cui la mia infermiera era il Fuhrer, dovevo per forza comportarmi in stile Pinocchio.
“Certo, certo. Anche ieri ti sei sgranchita le gambe, no? Com’è che ti abbiamo ritrovata ai Kensington Gardens?” avvampai di rabbia perché, infondo, aveva ragione. Ma era tanto difficile capire che volevo scappare da quell’ospedale? Era tanto difficile capire che volevo tornarmene a casa mia? A quanto pareva sì. Stupidi anglofoni, né in America né lì in Inghilterra riuscivano a capire che avevo un disperato bisogno di tornare a casa mia, di riabbracciare i miei genitori, di ridere con le mie amiche, di infagottarmi la sera col mio piumone di Peter Pan e leggere qualcosa prima di dormire. Proprio non ci arrivavano.
Sospirai. “Senta, non voglio litigare con lei...”
“Nemmeno io”, m’interruppe.
“Certo, come no, Victoria?” sobbalzai riconoscendo la voce alle mie spalle. Lentamente mi voltai e sentii il mio cuore battere troppo forte mentre m’accorgevo che le mie speranze non erano del tutto infondate o frivole. Perché, dopotutto, ero a Londra, la mia infermiera era Victoria Pattinson e lui aveva una sorella che si chiamava proprio così. Pum-pum. Mi portai una mano al petto mentre cominciavo a respirare male. Dannata tachicardia.
“Non ti starà dando fastidio, vero?” mi domandò mentre Victoria sbuffava. “Dovresti essere più gentile con i tuoi pazienti, sai sorellina?”
“E tu dovresti farti gli affari tuoi.” Fece lei.
Robert scoppiò a ridere. “Magari in un’altra vita”
Pum-pum. Mi sentii soffocare dall’emozione mentre il battito cardiaco accelerava a più non posso. Calmati! M’imposi, respirai profondamente e il cuore cominciò a rallentare il suo galoppo selvaggio.
“Tornatene in camera tua, Chiera” quando il Fuhrer parlava, la povera ragazza indifesa obbediva.
“Chiara” e digrignai i denti. Per Dio, mi chiamavo Chiara, non Chiera. Ah, gli inglesi.
“Perché devo tornarmene in camera? Me ne sto sempre rinchiusa lì, anche i prigionieri di Alcatraz erano più liberi di me!”
Robert scoppiò a ridere dopo la mia protesta. Pum-pum. Mi mancò il respiro e cercai di ritrovare un minimo d’ autocontrollo. O mi calmavo o morivo sul colpo.
“No, non ci penso nemmeno”, Victoria era proprio cocciuta, “vai nella tua stanza, sennò mi vedo costretta a chiamare il primario”.
Impallidii sentendolo nominare. Avevo avuto un solo incontro con quell’uomo serio e privo di emozioni, ma era bastato a sconvolgermi la vita e a terrorizzarmi per l’eternità.
“Ma non è giusto!” sapevo che la mia filippica non mi avrebbe resa vittoriosa, ma non mi costava nulla provare, “mi hanno trasferita da Miami a Londra perché potessi respirare aria più pulita – anche se io non ho notato la differenza, dato che continuo ad incanalare smog e acqua nei miei polmoni – ma se me ne sto tutto il giorno rinchiusa qua dentro, che ne ricavo?”
Victoria sbuffò spazientita e capii d’aver perso definitivamente.
“Secondo me ha ragione”, s’intromise Robert.
“Sta zitto, Rob, non conosci la situazione. Ti ho già detto che devi farti gli affaracci tuoi.”
“E io ti ho risposto che lo farò in un’altra vita.”
“La situazione è delicata, non mi pare il caso che tu cominci a fare l’avvocato del diavolo.”
Sospirai con il cuore che sembrava voler uscire dal petto, mentre Robert aggrottava la fronte e si passava una mano tra i capelli. Era curioso, lo si capiva lontano un miglio.
“Come vuoi”, s’arrese. E io feci lo stesso. Cominciai a muovere tre passi verso la mia stanza, ma mi trovavo ad un bivio erculeo: non prestare attenzione a Robert e andarmene, come se niente fosse? Oppure...
“Ti posso dare una cosa?” chiesi con occhi imploranti.
Robert dischiuse le labbra in una muta domanda.
“Non è niente di che, ma sai ho sempre coltivato la morbosa idea che tua sorella fosse in effetti tua sorella, cosa che è, quindi...” pum-pum. Figura del cazzo, figura del cazzo.
Feci un respiro profondo, “quello che voglio dire è che sì, insomma, ti ho fatto un regalo. Non è niente di che, ma mi farebbe piacere che tu lo prendessi”
Sbatté due o tre volte le ciglia, “e a me farebbe piacere riceverlo” e si lasciò andare in un sorriso. Un sorriso tutto per me! Sentii l’aria mancare e pensai che per quel giorno le emozioni forti sarebbero potute bastare, ma ero masochista, perciò decisi di non preoccuparmene. Al massimo il mio cuore non avrebbe retto, ma sapevo che prima o poi la mia vita si sarebbe conclusa. O almeno, cercavo di abituarmi all’idea che sarei potuta morire di lì a poco. La tachicardia gioca brutti scherzi.
“Allora, ecco, beh, vado a prendertelo”, andai verso la mia camera, intanto Victoria sembrava perforarmi la schiena con i raggi laser dei suoi occhi. Quella donna mi spaventava quasi quanto il primario.
Andai sicura verso il comò e presi una copia nuova di zecca – l’avevo comprata appena saputo il cognome di Victoria, nella speranza che lei fosse quella Victoria e che un giorno avrei potuto donarlo a suo fratello – del Cavaliere di Bronzo di Puskin.
“Scusa, non te l’ho incartato”, arrossii di botto mentre gli davo il libro. Robert mi perdonò con un sorriso, e mi girò la testa quando notai che aveva gli occhi che splendevano. Erano chiari come il ciel sereno di una giornata di giugno al mare. Scintillavano di luce propria come il sole, non come la luna che, da brava parassita, brilla mediante quella del suo avversario.
Robert lesse il titolo ad alta voce e aggrottò la fronte, “perché proprio questo?”
“Se lo leggerai, forse capirai. Lascia perdere il messaggio principale – più che altro si riferisce agli sbagli commessi dalla Russia – prendi quello secondario, quello più vicino a noi.”
“Lo farò”, promise “e grazie Chiera
“Chiara.”
Aprì la bocca e la richiuse scuotendo la testa, ci riprovò. “Chi-a-ra.”
“Bravo, davvero.”
Robert sorrise e sentii il cuore partire, “da dove vieni?”
“Italia.”
“Ah, la bella Italia”, sospirò. Sentii una familiare melodia d’archi: la suoneria del cellulare di Rob.
“Scusa un secondo. Pronto? Sì, bene grazie, tu? Certo. Adesso? Va bene, dammi un quarto d’ora e sono lì da te. A dopo”
“Bella’s Lullaby? Carter Burwell?” chiesi curiosa.
Annuì.
“Scusa, Chi-a-ra, ma adesso devo proprio andare. Grazie ancora, comunque. Magari c’incontriamo di nuovo, no? E ti salvo da quell’arpia di mia sorella.”
“Ti ho sentito!”
“Magari”, mormorai. Pum-pum.
“Ci vediamo, allora” e mi fece un cenno con la mano.
“Certo”, pum-pum. Se non mi calmavo, la prossima volta m’avrebbe vista in una bara.
***
Tachicardia.
Quando una parola ti cambia la vita.
Quando le medicine diventano il tuo cibo.
Quando gli ospedali diventano la tua nuova casa.
E in quel momento ero lì, a Londra. E cercavo di rifugiarmi, di trovare un mio Giardino Segreto dove potessi sentirmi almeno un po’ al sicuro, dove potessi sentire il mio cuore scaldarsi nella consapevolezza che ero fortunata ad essere ancora viva. E quale posto migliore dei Kensington Gardens, dove Peter Pan mi proteggeva dall’alto della sua statua e le fatine sotto forma di fiocchi di neve svolazzavano leggere, per poi trovare riposo tra i miei capelli e le mie spalle? Avrei voluto morire lì, se proprio dovevo morire giovane. Il mio cuore aveva già retto per troppo tempo, avevano detto i dottori. Ed era vero. Avevo subito troppe perdite, passato troppe notti insonni occupata a piangere.
E lo facevo ancora.
Perché la notte ci vuole male.
La notte ci riporta i fantasmi del passato, ci fa vivere le nostre più grandi paure. E io ero terrorizzata.
Con le coperte così bianche da dare il voltastomaco, mi rintanavo sotto le lenzuola di quel letto d’ospedale, in cerca di un po’ di pace.
Mi ero nascosta dal resto del mondo, perché avevo paura.
Amavo troppo, la vita. Non ero pronta a morire. Avevo solo diciotto anni, dopotutto.
Non volevo morire, no, no, no.
E per tutta la notte continuai a tremare. Panico. Totale.

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Edited by Lady Alexandra - 9/6/2009, 09:08
 
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Status: Offline: ultima azione eseguita il 7/12/2009, 23:20


Quando le forze di Neverland decidono di intervenire.

It started out as a feeling
Which then grew into a hope
Which then turned into a quiet thought
Which then turned into a quiet word
And then that word grew louder and louder
Till it was a battle cry

~ Regina Spektor, The Call


Per molti svegliarsi è un’orribile avventura. Cercano di aggrapparsi con le unghie ad un invisibile tessuto di sogni, ma quello sembra scivolare tra le dita come pura seta.
Per me, invece, era un sollievo.
Alla luce del giorno tutti i fantasmi sembravano più lontani, tutte le paure parevano essersi nascoste. Ma sarebbero tornate quella sera, lo sapevo bene. Dopotutto erano creature notturne, non potevano vivere alla luce del sole.
“Finalmente ti sei svegliata.” Victoria non era l’infermiera ideale, era una donna troppo fredda. Però era molto competente, non lo si poteva negare.
“Hai svegliato tutto il reparto questa notte, sai?” Continuò.
Avvampai mentre ricordavo con chiarezza d’essermi svegliata urlando.
“Mi dispiace”, dissi abbassando la testa affranta.
“Non devi mica chiedere scusa a me.”
Misurò la pressione.
“Questa è normale”, decretò.
Controllò il battito cardiaco.
“Centoquaranta, non ci siamo proprio. È il doppio di quello che dovrebbe essere.”
Mi buttai a peso morto sul cuscino, sospirando. “Non so più che fare. Mi sto riempiendo lo stomaco più di medicine che di cibo, e il mio cuore continua a battere furiosamente”, mi portai la mano al petto ascoltando la familiare sensazione di quel muscolo che sembrava voler uscire.
“Non ce la faccio più.”
“Chiera, ti stai preoccupando troppo. Tutto passa: ciò che è eterno è niente. Prima o poi finirà.”
Mi domandai in che modo sarebbe finita. Bene per me? Ne dubitavo. Mi sentivo ogni giorno più debole, più vecchia. Mi mancava la luce del sole, mi mancavano le risa. Dovevo far qualcosa, non potevo più starmene sdraiata ad aspettare che il mio cuore cominciasse a battere talmente veloce da risultare impossibile da prendere.
***
L’ospedale era sinonimo di depressione pura, per quanto mi riguardava. C’era una stanza, tuttavia, che era ottima per fare il pieno di allegria: la sala bambini.
“Hakuna Matata! /What a wonderful phrase/Hakuna Matata! /Ain't no passing craze/ It means no worries/ For the rest of your days/ It's our problem-free philosophy/ Hakuna Matata!”
Minuscoli bimbi tutti sorridenti cominciarono a saltellare felici a destra e a sinistra, e mi circondarono.
“Ci racconti una storia?”
“Cantiamo di nuovo?”
“Giochiamo a nascondino?”
“Stop, stop.” Stranamente si zittirono subito dopo la mia richiesta, “decidetevi, faremo tutto, promesso, ma prima dovete scegliere cosa fare.”
E parlarono tutti insieme. Bene, che stavano dicendo?
“Per oggi basta”, mi voltai di scatto riconoscendo la sua voce.
Robert era appoggiato allo stipite della porta, e ci fissava divertiti. Era bellissimo. Tum-tum. Con quel sorriso, gli occhi che splendevano, i capelli perennemente in disordine. Tum-tum. Non soffocare, non soffocare!
“Cosa ci fai qui?”
“Te l’avevo promesso che sarei venuto, no?”
“Sì, ma...”
“Pensavi che avessi detto così tanto per dire”.
Sorrisi imbarazzata, certo che lo pensavo. Sarei stata molto stupida a sperarci, semmai.
“E siccome ieri Victoria non ti ha fatta uscire, oggi verrai con me.”
Spalancai gli occhi, mentre il cuore cominciava a galoppare forsennatamente. Tum-tum. Tum-tum. Tum-tum. Respirai profondamente quando mi accorsi che il sangue stava salendo alla testa.
“Allora, che ne dici?” chiese con un sorriso.
“Dice di no, naturalmente”, s’intromise David, uno dei bambini con cui giocavo “lei sposerà me, lo sai? Perciò non può venire con te”, e si arrampicò appendendosi al mio collo.
“Davvero, ometto?” Robert s’avvicinò, mi strizzò l’occhio – cosa che mi provocò battiti accelerati – e gli pizzicò la guancia.
“Facciamo così: tu la sposi, ma io divento suo amico. Gli amici hanno bisogno di stare insieme, no? Quindi, riformulo la domanda: o futuro marito di Chiera”, scosse la testa, “Chiara, mi permetti di farle fare un giro? Te la riporto, non ti preoccupare, non ho intenzione di rubartela.”
“Chiera è diventata rossissima. Guardate, guardate!”
In quel momento provai un istinto omicida verso Mary, la bimba pettegola e petulante di appena otto anni, capace, però, di far concorrenza alle vecchie comari. Tutti i bambini e Rob si voltarono istantaneamente verso di me. Perché non facevano ginnastica artistica? Di sicuro avrebbero vinto la medaglia d’oro, con solo quella mossa.
Mi nascosi il volto tra le mani, ero diventata viola, altro che rossa. Tum-tum. Tum-tum.
Era scientificamente provato: stare vicino a Robert Pattinson faceva male alla salute.
“Chiara?”
“Dammi un secondo.”
Mi ripresi dopo centottanta, di secondi.
“Ci sono”, mormorai.
“Allora, vieni con me?”
Calmati, calmati. Che vuoi che sia? Andate solo a farvi un giro.
“E Victoria?”
“Di lei mi sono già occupato io. Quindi?”
“Vengo, vengo”
“Allora copriti bene, che fuori nevica”
Annuii senza riuscire a staccare gli occhi dai suoi. Non sapevo se quella giornata sarei riuscita a trascorrerla viva. Considerando com’era iniziata, poi.
***
Il sole stiracchiava i suoi raggi timidamente, coperto dalle nuvole cariche di neve. Ogni singolo albero dei Kensington Gardens era morbidamente avvolto da un scintillante manto di neve fresca, mentre i fiocchi continuavano a scendere dolcemente. In quel dipinto che sembrava essere uscito da un altro mondo, Rob ed io camminavamo senza meta, gustandoci dello squisito zucchero filato.
“Come mai stavi giocando con i bambini?”, ruppe il silenzio.
“Mi ero stufata di sentirmi uno strofinaccio.”
“Uno strofinaccio?”
“Sì, precisamente” sorrisi “me ne stavo tutto il giorno buttata lì, su un letto, senza far nulla. Che razza di vita è?”
“E quindi sei andata a giocare. Saggia decisione.”
Scoppiai a ridere.
“Già. E poi i bambini mi mettono di buon umore. Sono migliori di qualsiasi altra medicina. E tu?”
“E io cosa?” era divertito. Sentii uno strano tepore inondarmi lievemente, senza fretta né ansia. Era qualcosa di dolce, che ti dava la forza di andare avanti, di credere che sì, quella giornata l’avrei superata, sarebbe trascorsa magnificamente.
“Perché sei tornato?”
“L’avevo promesso.”
“Nessuno ti aveva spinto a farlo.”
Sospirò e, solo dopo qualche passo, m’accorsi che si era fermato. Mi voltai e trattenni il fiato.
Robert era una visione.
La testa leggermente abbassata, le mani in tasca, i capelli ghiacciati sulle punte, i fiocchi di neve che lo avvolgevano gentilmente: era un po’ come vedere Peter Pan in carne e ossa, circondato da fate minuscole e bianche.
Mi sfuggì un sospiro dalle labbra. Mai avrei pensato di vedere qualcosa di così bello.
“E’ vero, nessuno mi aveva spinto a farlo. Ma tu mi hai incuriosito”, m’inchiodò con quegl’occhi splendenti e sentii la testa girare. Troppe emozioni, troppo rischioso.
Ma avrei fatto di tutto pur di continuare a bearmi della sua immagine.
“In che senso?” sussurrai. Temevo che quell’immagine si potesse sgretolare davanti ai miei occhi, con la sola forza del mio respiro. Dopotutto, così sono i sogni: inafferrabili e delicati.
Sorrise, “prima di tutto non mi sei saltata addosso.”
Mi sono trattenuta a fatica.
“E poi mi hai regalato un libro.”
“Nessuna tua fan ti ha mai regalato qualcosa?”
“Oh, giusto”, si schiarì la voce, “Edward, questo è per te.”
Scoppiai a ridere seguita a ruota da Robert.
“Davvero? Ti chiamano Edward?”
“Sì”
“Ma tu non sei Edward.”
Mi sorrise, grato.
“Insomma, non penso che tu abbia voglia di cibarti del mio sangue, giusto?”
“Giusto.”
“E se per questo non ti ho nemmeno mai sentito gridare frasi sconnesse in latino, o diventare un pittore, o un musicista fallito”, ridacchiò e fui felice di sapere che io l’avevo fatto ridere, non altri. Tum-tum. Tum-tum. Fermo, fermo, cuore mio, non rovinare tutto ora.
“Grazie, Chiara.”
Riprendemmo a camminare.
“Solo una cosa, però”, diventai rossa come un pomodoro, “non provare a farti crescere i baffi in stile Dalì, perché eri veramente ridicolo.”
Scoppiò a ridere.
“Dove vuoi andare?” chiese.
“Alla statua di Peter Pan”, temevo, però, che guardare l’Eterno Fanciullo non sarebbe stato più lo stesso, non dopo aver incontrato Robert.
Fece per aprir bocca, ma scosse la testa.
“Cosa?”
“Niente, niente”, tagliò corto.
“Ti prego, sono curiosa.”
“E’ una domanda troppo azzardata.”
“Non mi offendo.”
Sorrise, “mi chiedevo come mai fossi qui a Londra.”
“Tua sorella non te l’ha detto?”
“No, figurati, prende il suo lavoro troppo seriamente.”
“Sì, l’avevo notato.” Sghignazzammo, “ho dei problemi cardiaci. Tachicardia, per essere precisi. All’inizio ero stata mandata a Miami, ma l’aria non era adatta al mio cuore, infatti mi sono ulteriormente ammalata, perciò mi hanno portata qui a Londra”, respirai profondamente cercando di non piangere. Quanto mi costava guardare in faccia la realtà! Lei era così brutta, così crudele. È pericoloso fissarla, si rischia di non uscirne indenni.
Sentii una mano sulla spalla. Tum-tum. Tum-tum. È solo una mano, soltanto una mano.
“Mi dispiace”, vidi i suoi occhi preoccupati, le labbra che fremevano. Tutto per me.
“Sì, bè. Cerco di abituarmici. Se non fosse che ho dovuto rinunciare a tantissime cose: i miei genitori, i miei amici, le mie passioni...”
“E quali sono le tue passioni?” tolse la mano, mentre, passo dopo passo, ci avvicinavamo al luogo più incantato dei Kensington Gardens.
“La musica. Suonavo, una volta, ma mi hanno impedito di continuare perché richiedeva troppa fatica.”
“Cosa suonavi?”
“Pianoforte.”
“Strumento eccezionale.”
Annuii. A pochi metri di distanza, Peter Pan ci dava il benvenuto. E con un po’ di paura, m’accorsi che la mia teoria era giusta: quel luogo non sortiva più su di me lo stesso effetto. Non quando Rob mi era accanto.
“Tu, invece, come va con il lavoro?”
“Il solito. Interviste, pubblicità, proposte di lavoro. Una, in particolare, ma non mi convince.”
“Perché?” fatti gli affari tuoi.
“E’ troppo impegnativo. È un progetto enorme.”
“Ma tu ami recitare, giusto?”
“Sì, ma...”
“Quando leggerai il libro che ti ho dato, ne riparleremo.”
“Va bene.”
Tra di noi scese il silenzio, ognuno carico dei propri pensieri ammirava Peter Pan circondato da quelle strane fatine di neve.
“Rob, è un’idiozia.”
“Scusa?”
“Semplicemente... carpe diem.”
Non fiatò. Per lunghi minuti il silenzio ci circondò.
E lui era lì, vicino a me. Avrei potuto anche sfiorarlo, ma non avevo il coraggio di farlo. Tum-tum. Tum- tum. Cercai di calmarmi, ma il solo pensiero di poterlo toccare mi aveva fatto letteralmente partire il cuore.
Rob si voltò verso di me e mi fissò incuriosito, “è...è il tuo cuore?” gli tremava leggermente la voce.
“Rob, cuore. Cuore, Rob. Vi farei stringere la mano, ma tu dovresti toccare un’arteria”, sorrise divertito, ma i suoi occhi sembravano urlare preoccupato.
“Non ho mai sentito battere un cuore così forte.”
“E così veloce”, aggiunsi per lui.
“E così veloce, sì. È...”
“Orrendo, ributtante?” azzardai. Tum-tum. Tum-tum. Ma cosa mi aspettavo, infondo?
Ridacchiò, “semplicemente spiazzante, ecco. Dev’essere difficile abituarsi, no?”
Tum-tum. Cercai di riprendermi in fretta. “Sì, bè, non ci ho fatto ancora l’abitudine, se devo essere sincera. Ma non è il giorno che mi preoccupa, è la notte che mi terrorizza.”
“In che senso?”
Mi avvicinai lentamente alla statua di Peter Pan, sperando che potesse aiutarmi con un po’ di magia. Fissai gli occhi dell’Eterno Bambino e rabbrividii ripensando alla notte...
Buio.
Era come il principio dell’Universo: non c’era niente.
E lei era lì, sentiva di essere lì. Soffocata da quel vuoto, cercava una via d’uscita, ma non la trovava. Sperduta nel nulla più totale, invocava l’aiuto di qualcuno, ma non c’era nessuno oltre a lei.
E poi dei rumori, fantasmi di demoni infernali. Tum-tum. Tum-tum.
“Aiuto!” le si scorticò la gola, ma nessuno venne a salvarla. Tum-tum.
E poi capì: era il battito furioso del suo cuore. Tum-tum. Tum-tum. Tum-tum.
E si sentì soffocare, un masso invisibile le squartava il petto e le impediva di prender fiato...

“Niente, davvero, sono solo stupidi incubi”, mi sfuggì un singhiozzo e Robert si avvicinò.
“Piangi?” mi asciugò una lacrima – pum, pum – e sorrise mentre ascoltava il mio battito.
“No, è colpa del freddo.” Certo, come no? Rabbrividii per dimostrarglielo.
“Sei piena di segreti.”
“Non poi molti”, ed era vero: non custodivo più di tanti scheletri nell’armadio.
“E questo ti rende interessante”, pum-pum. Calmati, dannazione, è normale che le persone che custodiscono segreti siano interessanti, no? Tum-tum.
“Da quando sei così sicuro di te?” bofonchiai.
Rise, “io sono sempre stato sicuro di me, sai?”
“Sì, certo, certo.”
Vidi i suoi occhi illuminarsi, curiosi, “spiegami: come lo sai?”
“Ho seguito ogni singola tua intervista, non ne ho persa una e pian piano ho cominciato a conoscerti.”
“Davvero?”
“Oh, sì. Se volessi potrei scrivere un libro intero sulle tue smorfie ‘le mille smorfie più uno non-stop di Robert Pattinson’ . C’è la smorfia disgustata, tipo quella che hai fatto quando l’intervistatrice ha ululato ” e lo imitai mentre lui rideva come un pazzo “poi c’è quella da ‘che cazzo dici?’, come quando hanno detto che sei un playboy,” aggrottai la fronte e aprii leggermente la bocca “oppure quella ‘ti strozzerei se non fossimo in tv’, quando l’intervistatrice ha continuato a chiamarti Edward per tutta la durata della trasmissione” feci un sorrisino sforzato di sole gengive “o anche...”
“No, basta, basta”, Rob era piegato in due. Tum-tum. Tum-tum. L’avevo fatto ridere!
“Se continui mi metti in imbarazzo, sul serio. Ho cercato in tutti i modi di cancellare quegli episodi”, ridacchiai “devo ammetterlo, Chiara: sei una brava osservatrice.”
“Grazie”
“E ora salutiamo Peter Pan e torniamo in ospedale, si sta facendo buio e non voglio rischiare che mia sorella mi strozzi.”
“No, direi proprio di no” e salutammo Peter agitando il nostro zucchero filato. O meglio, quello che era rimasto, dato che l’avevamo divorato tutto.
E notai qualcosa di strano, nella statua. Forse stavo impazzendo, ma vidi nel volto di Peter Pan una strana espressione, quasi a dirmi andrà tutto bene.
“Chiara?”
Scossi la testa. Sì, ero impazzita.
***
“Medicine!” da quando l’avevo conosciuta, mi ero sempre chiesta se Victoria fosse sana di mente. La risposta era palese: no. Perché nessuno con un minimo di materia grigia, avrebbe annunciato le medicine come se fossero caramelle.
“Che emozione”, commentai.
Si avvicinò al mio letto e mi diede le pastiglie.
“Che bello, le pastiglie giallo vomito.” Osservai.
“Non essere schizzinosa.”
“Di solito non si dovrebbe sentire il loro sapore, dato che le ingurgiti con l’acqua, ma chissà perché a me rimane un orrendo saporaccio in bocca. E sai che sapore ha?”
“No.”
“Vomito. Precisamente vomito.”
“Stai esagerando.”
“Dovresti provarle. Se un giorno avrai voglia di vomitare, non ti preoccupare, ti darò le pastiglie gialle.”
“Ah-ah”, commentò sarcastica.
Le ingoiai in un sol colpo, bevendo due bicchieri d’acqua nel tentativo di non sentire lo sgradevole sapore.
“Allora, com’è andata con mio fratello?”
Stfu. Utile onomatopea di quasi 120 decibel – esattamente quanto un jet in fase di decollo – che fece capire all’ospedale intero che avevo sputato. E lo sputo/acqua in questione era andato era andato ad appioppare sul camice di Victoria, che, da brava narcisista, scappò a gambe levate per andare a pulirsi.
Bene, ci mancava solo questa.

_____________________________

Ok, sono tornata, finalmente, giuro che non vi farò più aspettare così tanto.
Comunque, ci tenevo a ringraziare tutte le fantastiche personcine che si sono fermate a leggere e a lasciarmi un commento. *-* siete dei veri angeli, thanks.
E comunque, spero davvero di non deludervi con la storia. Ancora una volta grazie.

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Edited by Lady Alexandra - 9/6/2009, 09:13
 
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Vivere per amare.

Himmlisch ist’s, wenn ich bezwungen
Meine irdische Begier;
Aber doch wenn’s nicht gelungen,
Hatt’ich auch recht huebsch Plaisir!

~ Il Pipistrello, Strauss*

Il tempo. Che strana cosa.
Magico e bastardo.
Con la fronte attaccata alla finestra della mia stanza, riflettevo sul fatto che dal giorno prima sembravano essere passati mesi. Robert mi mancava, inutile negarlo.
Poche ore passate con lui mi avevano ridato vita. Aveva spaccato con una scure quei minuti monotoni che sembravano non voler passare, come se fossi destinata a vivere legata ad un letto d’ospedale, impegnata a fissare le crepe del muro. Mi aveva ridato speranza, avevo cominciato a ridere. Desideravo ardentemente che tornasse.
Tum-tum.
Le mie labbra tremarono, e sorrisi ripensando a tutti i giorni in cui avevo maledetto il mondo intero per averle così brutte. Ero cambiata molto da quando avevo scoperto d’essere malata. Vedevo ogni cosa secondo prospettive diverse, cercavo di trovare del buono in tutto. Peccato ci fosse voluta la tachicardia a farmelo capire. Perché le mie labbra, infondo, non erano per niente male. Rosse e carnose con un piccolo difetto al labbro superiore che risultava più grande di quello inferiore. Ma non facevano schifo anzi, quasi mi piacevano. Mi arrotolai sul dito una ciocca di capelli scuri e mossi e mi venne da ridere ripensando alla faccia che avevano fatto i miei genitori quando videro che li avevo tagliati. Da sola. In quel momento mi arrivavano fino alle spalle, e andava bene così perché lo consideravo un gesto simbolico. Ero cambiata. Dovevano cambiare anche i miei capelli. Mulan l’aveva fatto, perché io no? Perché Mulan è stata ricordata per milleseicento anni e tu no? Dettagli, m’imposi.
“Se vuoi ti compro uno specchio.”
Chiusi gli occhi perdendomi in quell’armonia completa che era la sua voce. Un tenore perfetto, di quelli che non avresti mai smesso di ascoltare, di quelli che erano in grado di portarti addirittura a Neverland. Ridacchiai alla sua battuta e, con calma, mi voltai a fissarlo, cercando di non perdere alcuna emozione, nessun particolare.
Bello, come sempre. Più che bello. Robert era splendente, mi ridava quel calore che da troppo tempo non sentivo, le membra pian piano si scioglievano, le parole sgorgavano come un fiume in piena. Ma c’era l’altra faccia della medaglia: il mio cuore. Sapevo di rischiare troppo con lui, i battiti sembravano quelli di un colibrì impazzito, adatti a me, dopotutto, perché ero pazza. Pur di stare vicino a quel fuoco, ero pronta a bruciarmi.
“No, grazie, non serve. Come mai qui?” tum-tum. È venuto per sua sorella, pazienza, non rimanerci male, per favore.
“Ho un paio di notizie da darti. E non ultima una richiesta: hai mai mangiato le mele candite dei Kensington?”
Tum-tum. Ok, questo era anche peggio. Le guance sembravano bollire e il sangue m’era salito fino alla testa.
“Non è una richiesta”, clap, clap, perché non vai a ritirare il premio per demenza senile?
Ridacchiò, “cos’è che avevi detto? Ah, giusto. Non prestare attenzione al messaggio principale, prendi quello secondario, quello più vicino a noi.”
“Cioè?”
“Leggi sotto le righe, Chiara.”
“No, non ho mai provato le mele candite, quindi accetto la tua richiesta.”
Robert sorrise.
Sembrava a me, oppure la stanza si era davvero illuminata?
***
“Peter Pan si sarà stufato di noi”, ridacchiai dopo l’affermazione di Rob. Con delle deliziose mele candite in mano, ci dirigevamo alla panchina più vicina alla statua. Sembrava che quel luogo fosse diventato non il mio Giardino Segreto, ma il nostro. Un luogo dove potevamo rifugiarci, lontani dagli occhi della realtà, eravamo sempre più vicini a Neverland. Insieme. In qualche modo Tinkerbell ci aveva donato un po’ di polvere di fata. Perché Peter, dopotutto, non si era stufato di noi, forse ci stava proteggendo. Aveva visto in noi persone che credevano nelle fate, pronte a urlarlo al vento, al mare, al mondo intero.
“I believe in fairies, I do, I do”, e l’Eterno Fanciullo sembrò sorridere, le fate di neve volteggiare più velocemente. E mi venne in mente una convinzione, una di quelle forti che ti lasciano senza fiato.
“Rob, hai mai pensato che ognuno di noi ha un suo Neverland?”
Ci sedemmo su una panchina. Avrei dovuto sentire freddo, ma c’era una bolla di sogni e speranze che ci proteggeva. E lui era lì, vicino a me, riuscivo addirittura sentire il suo gomito far pressione sul mio braccio. Tum-tum.
“Ci ho sperato.”
“E qual è il tuo?”
“Prima le signore”, disse e sorrisi.
“Qui, Kensington Gardens, davanti alla statua di Peter.” Con te. Mi morsi la lingua appena in tempo. Tum-tum. Il mio corpo intero fu percosso da quel battito.
Robert aggrottò la fronte, si voltò verso di me e, lento e delicato, poggiò la sua mano proprio sopra il mio cuore.
Sentii qualcosa di incredibile e terribile sprigionarsi dentro di me. Qualcosa di incontrollabile. Tum-tum. Tum-tum. Il mio corpo divenne pura roccia lavica e non riuscii ad impedirmi di chiudere gli occhi mentre respiravo affannosamente, sentendo un dolore quasi metafisico, ma che mi era caro.
E l’annegar m’è dolce, in questo mare, scriveva Leopardi e mi ero sempre chiesta se per caso fosse masochista. Solo adesso capivo. Era uno di quei dolori di cui non avrei rinunciato mai, perché causati da lui, perché in me lasciavano qualcosa di suo.
Tolse la mano quando sentì che il mio cuore stava per scoppiare. Forse aveva capito quant’ero presa da lui. Forse.
Sì, certo, sogna, sogna.
Va bene, l’aveva capito.
Pian piano mi ripresi e riaprii gli occhi, lui fissava la statua di Peter Pan, sembrava tranquillo, non fosse stato che aveva la mano chiusa a pugno e le nocche erano bianchissime.
Si voltò verso di me e mi regalò un sorriso. Tum-tum.
“Stai meglio?” Domandò.
“Sì, grazie.”
Silenzio.
“Qual è il tuo Neverland?”
Ma lui si limitò a fissarmi e a scuotere la testa. Non insistetti.
“Ieri ho visto una tua intervista, sai? È stata quella in cui eri più agitato.”
Scoppiò a ridere. “Sì, bè, avresti dovuto vedere tutte le fan che c’erano. Mi correggo, le fan di Edward”, sbuffò.
“Mi dispiace”, e mi arrischiai a toccargli una spalla. Lo vidi sorridere leggermente, quasi fosse contento di quel contatto. Tum-tum. Calore che si sprigionò dal centro del mio cuore, che rese la mia testa leggera, mi portò in un mondo dove c’eravamo solo Rob ed io, un mondo dove non ero malata.
“Sì, bè, dà fastidio. Anche perché mi sono sentito un animale da circo.”
Sbuffai e lui mi fissò incuriosito, “ti capisco, davvero. Quando ho scoperto d’essere malata, tutte le persone che mi conoscevo hanno cominciato a non perdermi di vista. Era un po’ diverso dal tuo caso, però, perché io mi sentivo dentro ad una gabbia e loro erano i turisti in visita allo zoo, continuavano ad osservarmi ansiosi, nell’attesa che succedesse qualcosa. Alle volte avevo la grande tentazione di urlare che, se fossi morta, li avrei avvisati cinque minuti prima”.
Rob sorrise teneramente, “e con me è lo stesso?”
Ci pensai su, “no, con te è diverso.”
Annuì senza chiedere altro.
Tornammo a fissare la statua mentre mordicchiavo la mela.
“Ho finito il libro.”
Tum-tum. Non era possibile, l’aveva letto?
“Sei stato veloce”, cercai di suonare indifferente, ma la mia voce intonava pura gioia.
“Sì, avevo molto tempo libero.”
Qualcuno si degna di spiegarmi perché sono arrossita? No, eh? Va bene, giochiamo tutti a ‘fai impazzire Chiara’.
“Ti è piaciuto?”
“Bello, indubbiamente. Ma pesante”, ridemmo.
“E?” incalzai.
“La Russia ha commesso un grave errore nell’assimilare così in fretta le nuove filosofie europee, non è un bene cambiare radicalmente in poco tempo, è pericoloso. Questo è il messaggio principale, giusto?”
Annuii.
“E quello secondario?” domandai. Tum-tum. Tum-tum. Sperai con tutte le mie forze che lo avesse capito.
“Evgenij è impazzito, Parasa è morta, i loro sogni sono stati completamente distrutti. Ma era questo il sacrificio da pagare per rendere la Russia il più potente impero europeo, no?”
“E dunque? Nella nostra vita?” mi sentivo ridicolmente una prof che sprona il suo alunno a parlare.
“Ogni nostra meta, ogni cosa che amiamo richiede un sacrificio.”
“E tu ami recitare.”
Sorrise.
“Dovresti fare un sacrificio per quel film, no?” proposi armandomi di tutto il coraggio che possedevo.
“E se va male?”
“E se va bene?”
“E se va male?” scoppiammo a ridere.
Sospirai, “se lo fai e va male, almeno hai avuto un’esperienza in più. Ma se non lo fai e va bene, allora ti rimarrebbe sempre il dubbio. Secondo me impazziresti come Evgenij, sai?”
“Dici?”
“Mmh-mmh.”
“Ci penserò.”
Sorrisi.
La neve continuava a volteggiare, a rendere quel posto più magico. Che i fiocchi più grandi fossero fate e quelli più piccoli la loro magica polvere? Probabile.
“Vuoi ballare?”
Soffocai mentre un pezzo di mela mi era rimasto incastrato in gola.
“Sc-scusa?” le vie respiratorie sembravano essersi liberate. Grazie, Peter.
“Vuoi ballare?”
“Io?”
Sbuffò.
“Cioè...” ripresi diventando viola “sì, va bene”
Ci alzammo e Robert lasciò il suo cellulare sopra la panchina, “cosa mettiamo?”
“Quello che vuoi”, che me ne importava della musica quando stavo per ballare con Rob? Tum-tum. Immaginai i nostri corpi vicini, che si sfioravano, le mani unite, i miei occhi che si riflettevano sui suoi, splendenti. Tum-tum.
“Questa va bene?” e sorrise. Non potei fare a meno di ridacchiare: era Bella’s Lullaby di Carter Burwell, la suoneria che aveva annunciato che doveva andare. Suonava un po’ come una richiesta di perdono: questa volta, però, ci sono.
Scoppiò a ridere mentre si avvicinava.
“Che c’è?” non ridere perché sono rossa, non ridere perché sono rossa!
“Avevo notato che sei bassa, ma un conto è averti al mio fianco, un altro è averti davanti”.
Assunsi un pauroso cipiglio da Heinrich Himmler, “non sono bassa. Sei tu il gigante Golia, sai? Io sono assolutamente nella norma.”
“Sì, certo, quanto sei alta?”
“Uno e sessanta”
“Certo, certo. Facciamo uno e ottanta voglia di crescere?”
Continuò a ridere. Cercai di trattenermi, ma non potevo, come si faceva a resistere?
“Mi concede questo ballo, signorina?”
Tum-tum.
“Volentieri”, mi avvicinai e intrecciai la mia mano alla sua, il suo corpo sfiorava il mio, i nostri occhi si erano legati. E cominciammo a ballare. Respiravo a fatica, tante erano le emozioni, e gli occhi sembravano riempirsi di lacrime. Una magica atmosfera, il mio cuore che volava, un calore che nemmeno i sei gradi sotto zero riuscivano a spegnere. Tutto grazie a lui.
“Non ti reggi in piedi”, notò.
Arrossii di botto. No, non riuscivo a reggermi in piedi. E non sapevo se il mio cuore ce l’avrebbe fatta, ma preferii tacere.
E fece una cosa che mai, nemmeno nei miei sogni più vivaci, avrei potuto immaginare: mi prese in braccio.
Esterrefatta, estasiata, imbarazzata ed impacciata, mi aggrappai al suo collo come un koala. Il suo viso era a meno di quattro centimetri dal mio, le sue mani cingevano la mia vita, e il mio petto aderiva perfettamente al suo.
Sorrise, “sento il tuo cuore martellare. Sembra impazzito”
“Un cuore matto, matto da legare”, canticchiai per alleggerire l’imbarazzo. Poi, però, dovetti spiegargli il significato e dirgli che era un vecchio successo italiano.
Rise.
“E quindi il tuo cuore è matto.”
“Da legare.”
Continuammo a volteggiare, mentre Peter Pan e le fatine erano il nostro pubblico.
“Mi piace sentirlo battere, sai?” mormorò.
Cominciai a respirar male mentre la testa mi girava. Robert si fermò fin quando mi calmai.
“Stai meglio?”
“Sì.”
“Forse è il caso che ti riporti indietro.”
No, no, no. Tum-tum. Lasciare Neverland? Per cosa? Per tornare ad affrontare i miei demoni personali, la notte? No.
“Va bene.” Stupida, stupida, stupida.
***
Ce la posso fare, ce la posso fare, ce la posso fare.
Nascosta tra le lenzuola, cercavo in tutti i modi di non farmi prendere dal panico. Non mi sarei persa nel buio. Non ora. Non in quel momento: avevo ritrovato la mia luce, dopotutto.
Ero terrorizzata. Tum-tum. Percossa da violente convulsioni pensavo a Rob, al mio sole, al mio Neverland. Non mi sarei fatta battere dal buio.
L’ansia saliva minuto dopo minuto. Sudore freddo m’imperlava la fronte e il battito cardiaco era più accelerato del solito.
Ed ero avvolta da puro terrore.



*E’ una cosa celestiale, aver vinto
Le mie brame terrene;
quando però non ci sono riuscito,
è stato pur sempre un grande piacere!


Io...grazie. Sono commossa, davvero. Ogni volta che leggo quello che mi scrivete mi si stringe il cuore per l'emozione. V'adoro. E spero di non deludervi.
Dod.

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Edited by Lady Alexandra - 9/6/2009, 09:15
 
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Amare quasi da morire.

We should be lovers, and that’s a fact
No nothing would keep us together,
We could steal time just for one day,
We can be heroes, forever and ever
Just because I, and I will always love you
How wonderful life is, now you’re in the world.

~ Moulin Rouge

In quella gioia così devastante, qualcosa di oscuro cominciava ad imperversare.
Una paura senza nome di cui si conosceva solo l’essenza. Tenebre maligne che non volevano essere affrontate ma che, prima o poi, si sarebbero scontrate con me. Perché è così che va il mondo: anche se scappi, non riesci mai a lasciarti dietro i tuoi problemi, per questo la terra è tonda, non per strani voleri di qualcuno più grande di noi.
“Chiera? Stai bene?”
Sorrisi a Rose. “Sì, sto bene.” Chissà perché continuavo a mentire, poi.
“Ci racconti una storia?” sedici bambini delle più diverse età si sedettero a gambe incrociate attorno a me.
“E’ora della nanna”, feci notare. E in effetti era vero: Lycia, l’infermiera, era venuta a prendere i bimbi per riportarli nelle loro stanze. Poveri, io non avevo mai sopportato il pisolino pomeridiano.
“E poi David mi aveva dato il permesso di farle fare un giro, come suo amico”, tum-tum. Mi si mozzò il respiro, fu esattamente come ricevere una pugnalata. Ed ero contenta.
“Rob?” mi voltai a fissarlo mentre lui era sempre sorridente.
“Non è giusto”, mugugnò David.
“All’attacco!” i bimbi si fiondarono verso Robert che, ridendo come un pazzo, ne prese due in braccio e li fece volteggiare. Tum-tum. Tum-tum. Fu come essere catapultati in un sogno, mentre la testa si riempiva di ricordi e il cuore volava leggero. Rabbrividii senza un minimo di contegno guardandolo mentre sorrideva.
“Adesso andiamo”, s’intromise Lycia, frantumando la magica atmosfera.
Un coro di no riempì la stanza, ma non c’era niente da fare per loro.
“Come stai?” chiese premuroso.
Tum-tum. Tum-tum. Deficiente, rispondi!
“Ah, ehm, sì, no, ecco, bene.”
Scoppiò a ridere. Ridicola, ridicola, totalmente ridicola.
“Tu?”
“Il solito, comunque bene.”
Silenzio.
“Di nuovo qui, dunque”, non sapevo che dire. Cosa ci faceva di nuovo lì?
“Sono venuto per portarti a Neverland.”
Tum-tum. Tum-tum. Vidi una leggere patina nera coprirmi gli occhi, e sentii qualcosa sul petto che mi bloccava le vie respiratorie. Dovevo calmarmi, sennò finiva male.
“Andiamo, allora.” Bene, la cosa mi piaceva: avevo detto qualcosa di senso compiuto, finalmente.
Ci dirigemmo verso la mia stanza per prendere il giubbotto, quando una schiera di infermiere ci passò vicino. Mi scappò una smorfia disgustata che non sfuggì a Robert.
“Che hai?”
“Le infermiere mi terrorizzano”, ammisi.
Una lo salutò in un modo che non sarebbe stato ammissibile davanti alla legge. Ci doveva per forza essere qualcosa riguardo i saluti, no?
No. Non c’era. Stupida costituzione inglese.
Mi rabbuiai quando Rob le sorrise, “secondo me sono simpatiche. Ma spiegami: anche mia sorella ti terrorizza?”
“Soprattutto tua sorella”.
“Chiara?”
“Sì?”
“Perché hai messo su il broncio?” tum-ptum. Ecco, spiegaglielo, perché hai messo su il broncio? Ma la verità era che non lo sapevo nemmeno io. Era innegabile che provassi qualcosa per Robert, mi aveva ridato vita, dopotutto. Sentivo qualcosa di talmente grande, quando lo vedevo, che non sarebbe stato possibile spiegare. Bruciavo di un calore così umano e potente che mai avrei immaginato. Rabbrividivo quando sorrideva, ero incapace di respirare quando mi toccava, ormai vivevo per trascorrere del tempo con lui. Solo noi due, nel nostro Neverland.
“Niente, niente.”
“Sei gelosa?”
“No!” tum-tum, calmati dannazione, sennò finisce male. Arrossii. Ecco, questo si chiama calmarsi. Deficiente.
“Va bene”, fece cadere il discorso e gliene fui immensamente grata.
***
Due ombre silenziose nei Kensington Gardens.
Milioni di pensieri e sentimenti che ci avvolgevano. E io non sapevo che fare se non rimanere senza fiato mentre lo osservavo. Tum-tum.
“Ti mancano i tuoi genitori?” chiese improvvisamente.
“Da morire. Loro, i miei parenti, i miei amici...”
“...e il tuo ragazzo”, aggiunse.
Scoppiai a ridere. Certo, certo, come se ce l’avessi il ragazzo. “Non sono mai stata brava nelle relazioni.”
Aggrottò la fronte, quindi ci sedemmo nella solita panchina, “perché no?”
“Non lo so nemmeno io. Ho avuto due ragazzi... e mezzo.”
Rise, “scusa?”
“Ora ti spiego, non preoccuparti. In media, comunque, sono durati tre giorni.”
“Stai scherzando?” tum-tum. Tum-tum. Raggelai, chissà a che stava pensando.
“Il primo giocava a basket, per farlo contento il finesettimana ci eravamo organizzati per fare una partita. Penso che mi abbia sottovalutata perché l’ho stracciato. Così mi ha mollata, non ricordo nemmeno la scusa. Ma dopo la partita è finita lì.”
Strabuzzò gli occhi, “l’hai battuto?”
“Sì, bè, mio padre era allenatore una volta, perciò qualcosina l’ho imparata anch’io.”
Sorrise, “e noi due, un giorno, potremmo giocare?”
Tum-tum. Tum-tum. Il cuore sembrava perforare il petto e le mie dita non stavano ferme per l’agitazione, “penso che si possa fare, se starò meglio, naturalmente”
“Il secondo?” chiese curioso.
“Il secondo era un violinista, molto bravo e molto scemo, devo dire. Dovevamo fare un saggio: io accompagnavo, lui suonava la melodia. Per un po’ di tempo andò anche bene, tra noi. Per quattro giorni, cioè.”
Ridacchiò
“Facemmo il concerto e...” Continuai.
“E...?”
“Poi non l’ho più sentito.”
“Mai?”
“Mai. Che c’è? Non ti sto mentendo.”
Scosse la tesa, “vai avanti.”
“Dai, Rob, spiegami cos’hai.”
“Niente, pensavo solo al fatto che noi uomini siamo deficienti.”
Risi. Tum-tum. Tum-tum. Calore che mi avvolse a ondate.
Sorrise, “e il mezzo?”
“Con lui è durata un giorno.”
“Cosa?”
“Davvero. Mi aveva incrociata per i corridoi di scuola e mi disse che doveva parlarmi. Mi offrì un the e quando mi chiese d’uscire sputai praticamente tutto.”
Si piegò in due dalle risate e, a fatica, annaspò: “quindi è un hobby per te sputare addosso alla gente. Victoria aveva una crisi di nervi, l’altro giorno, per colpa tua”, e continuò a ridere.
Tum-tum. Tum-tum. Tum-tum. No, no, no. Lo sapeva?
Mi si annebbiò la vista e cominciai a respirar male. Mi alzai per cercare di prender fiato e sembrò funzionare. Mossi lentamente qualche passo in direzione di Peter Pan, nella speranza che lui potesse aiutarmi.
“Chiara?”
“Sì?” non mi voltai, rossa com’ero non mi sembrava proprio il caso.
“Non ti sarai mica offesa”, sentii qualche nota stonata nella sua voce, cosa mai successa prima: era triste, timoroso.
“No, certo che no”, come se fosse possibile, poi.
Qualcosa di freddo mi accarezzò la guancia. Alzai la testa e sorrisi: nevicava.
“Rob, nevica!”
Lo sentii ridacchiare al suono della mia voce entusiasta.
Mentre riprendevo un colorito normale, cominciai a volteggiare ad occhi chiusi, con le mani rivolte verso l’alto. I fiocchi si posavano delicatamente sul mio volto, sulle mie mani.
Li riaprii e mi fermai, “guarda che bella la neve, Rob. Ho sempre pensato che i fiocchi fossero delle fate, sai? Non sono bellissime?”
“Sì, lo sono. Ma ce n’è una, in questo momento, da cui non riesco a staccare gli occhi.”
Mi voltai per poterlo guardare e mi sentii completamente bruciare. Robert mi stava fissando con una luce negli occhi molto più splendente del solito. Tum-tum. Tum-tum. Calmati, calmati.
“Sei... sei la più bella fata di Neverland, Chiara, e non te ne sei mai accorta.”
Deglutii a fatica, e i fiocchi di neve si sciolsero all’istante a contatto con la mia pelle bollente. Un fuoco intenso si era propagato dal mio cuore al resto delle membra. Tum-tum. Tum-tum. Tum-tum.
Robert s’avvicinò lentamente, quasi in attesa di un mio movimento. Ma, in quel momento, sembravo incapace anche d’intendere e volere.
Sfiorò con le sue dita la mia guancia, tracciando una scia di pura roccia lavica. Cominciai a tremare.
Con lentezza studiata mi cinse la vita e si abbassò verso il mio viso. Tum-tum. Tum-tum.
“Il tuo cuore sta per uscire dal petto”, mi fece notare con voce innaturalmente roca. Sorrise mentre continuava ad abbassarsi. Tum-tum. Tum-tum. Fa’ qualcosa!
Socchiusi gli occhi. “No”, sussurrai mentre il mio cuore esplodeva.
Robert si bloccò, frastornato.
“Potrei morire da un giorno all’altro”, la voce mi tremava, come tutto il resto del corpo. “E tu soffriresti, Rob.”
Si lasciò andare in un sorriso, “non m’importa. Me l’hai insegnato tu stessa, dopotutto:ogni nostra meta, ogni cosa che amiamo richiede un sacrificio. E io sono disposto a soffrire.”
“Allora è un altro discorso” Tum-tum. Tum-tum. Deficiente, rischi grosso, così.
“E’ un altro discorso, sì.” E continuò ad avvicinarsi.
“Tienimi stretta”, sussurrai.
E ci baciammo.
Fu la cosa più spettacolare al mondo. Avvampai di un calore così forte da riscaldare anche Robert, sembrava che non avessi mai baciato davvero, prima d’allora. Tum-tum.
Fu perfetto. Le nostre labbra sembravano essere state create per potersi unire. Forse era quello il motivo del mio difetto al labbro superiore. Tremavo come una foglia mentre le ginocchia cedevano, ma Robert mi teneva stretta per la vita. Tum-tum.
Troppo presto ci staccammo e sentii il cuore in gola.
“Wow”, sussurrai e arrossii ancor di più. Deficiente! Che fai? Clap, clap, clap, un applauso al premio Nobel per la demenza cronica.
Robert ridacchiò e mi diede un bacio sulla fronte.
Continuò a cullarmi nel suo petto mentre il mio cuore cominciava a calmarsi.
“Grazie, Rob.”
“Di cosa?”
“Di esistere.”
Mi sollevò da terra e, come il giorno prima, mi aggrappai al suo collo.
“Non so dirti cosa mi abbia spinto ad andare a trovare mia sorella in ospedale, ma è stata senz’altro l’idea migliore che abbia mai avuto nella mia vita.”
Sfiorò il mio naso con le labbra e il mio cuore partì con il suo galoppo selvaggio. Chiusi gli occhi e poggiai la fronte sulla sua, mentre mi beavo di quel profondo calore e del suo profumo così fresco.
“How wonderful life is, now you’re in the world”, canticchiò e ridemmo insieme.
Per tutta la strada dai Kensington all’ospedale, ci tenemmo per mano, le dita intrecciate, gli occhi che si cercavano in continuazione. E il mio cuore partiva in ogni istante.
***
“Queste sono le medicine e questo è il sonnifero”, Victoria entrò senza bussare nella mia camera, proprio quando Rob stava per andarsene.
“Ah, ancora qui, Robert?”
“A quanto pare sì.”
“Perché il sonnifero?” m’intromisi.
“Perché continui ad avere incubi e ti svegli la notte urlando. Non fa bene a te e nemmeno all’intero reparto.”
Arrossii e Victoria se ne andò. Sospirai.
“Non pensavo che i tuoi incubi fossero così tremendi.” Commentò Robert con la fronte aggrottata.
Mi passai una mano sulla fronte, “sì, bè. Ho semplicemente paura, niente di che.”
“E di cosa?” Si avvicinò e mi abbracciò. Tum-tum. Tum-tum.
“Di tante, tante cose.”
“E se...”, si schiarì la voce a disagio. “Se provassi a dormire con te, stanotte? Così se ti svegli non sarai sola.”
Mi pietrificai mentre cominciavo a bruciare. Tum-tum. Tum-tum.
“Stai scherzando?” avevo la voce rotta per l’emozione.
“Solo se tu vuoi.”
Mi allontanai da lui e fissai i suoi occhi preoccupati. Mi sentivo ardere da una gioia incontrollabile, insostenibile per una sola persona.
“Dormi con me, allora”, sussurrai con un fil di voce.
E Robert mi baciò.
 
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CAT_IMG Posted on 18/6/2009, 17:06Quote

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che bel capitolo ,certo che se fossi stata al posto di Chiara sarei morta nell'istante in cui la baciata ,che bella dichiarazione ! ,mi ha fatto sorridere quando gli ha raccontato dei suoi ragazzi ,aspetto con ansia il seguito per sapere se dormono insieme ,ops se chiara riesce a chiudere occhio !

 
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CAT_IMG Posted on 28/7/2009, 21:18Quote

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Morire dalla voglia di vivere.

Fu il tuo bacio, amore,
a rendermi immortale.

~ Margaret Fuller, Dryad Song


Fuoco nelle vene.
Sussurri che si accavallavano.
Nebbia nella testa.
“Rob?” sentivo le sue grandi mani sul mio viso, la voce preoccupata.
“Rob?” mugugnai nuovamente.
“Sst”, il suo fiato mi solleticava il volto ed aprii gli occhi. Mi difesi dalla luce coprendomi il viso e pian piano misi a fuoco le figure che mi circondavano: Robert, Victoria ed il primario.
“Non si preoccupi, i suoi genitori verranno tra poco.”
“Cosa?” mi alzai troppo velocemente e mi venne un capogiro. Robert si avvicinò angosciato. Sentii le sue dita sfiorarmi, cercare le mie. Aspettai di sentire il solito pum-pum, ma quel suono era stato coperto da un altro più potente: bip, bip, bip.
Un suono metallico, senz’anima, proprio quello doveva far capire agli altri che ero viva? Mi voltai con il cuore in gola verso l’elettrocardiografo.
Deglutii a fatica mentre il cuore impazziva. “Perché...” non ebbi il coraggio di terminare la frase, ma il rumore metallico mi ricordò che dovevo calmarmi: le pulsazioni erano a centocinquanta.
Il primario prese fiato, quasi stesse per andare in apnea, “temiamo per lei, il suo cuore non regge più”. Bip-bip-bip. Un pugnale mi lacerò il petto e smisi di respirare. Un dolore troppo forte si stava impossessando del mio corpo.
“Il signor Pattinson, grazie al cielo, era accanto a lei, in quel momento”, continuò. “E ci ha subito avvisati quando ha cominciato a sentirsi male. Ora dovrà stare sotto controllo”.
Tremai ripensando al corpo di Rob accanto al mio. Fu come bere ambrosia pura, mi sentii riscaldare, il pugnale scomparve e la presa al cuore si allentò.
“Sono tanto grave?” domandai con voce impastata dal sonno e dal terrore. Fredda paura che raggrinziva ogni centimetro di pelle.
Un singulto sfuggì dalle labbra di Robert e il mio cuore partì. Victoria si voltò verso il muro e il primario annuì millimetricamente.
“Ah”, quando un’ interiezione esprime tutto. Non servivano grandi giochi di parole, non serviva essere poeti, perché l’ah bastava. A chi sarebbe servito di più? A me bastava, al mondo intero pure. Stavo morendo, cos’altro c’era da dire? Niente. Punto. Full stop. Era finita. Nient’altro da dire, nulla da aggiungere.
Ero venuta al mondo con un cestino colmo di speranze e sogni, ma quello si era spezzato. A quanto pareva avevo incontrato il Lupo Cattivo, Capitan Uncino, Long John Silver, Sauron. Non avevo raggiunto la nonna, cominciavo ad intuire il senso della morte intesa come una sgradevole grande avventura, non avevo trovato il tesoro, non ero riuscita a distruggere l’anello.
Robert si accasciò su una sedia, le mani che gli coprivano il volto, il corpo scosso da tremiti incontrollabili.
Acido puro nelle vene. Bip-bip-bip.
Stava soffrendo. Sentii gli occhi riempirsi di lacrime e il ritmo dell’elettrocardiografo schizzare a tempi rapidi.
“Toglietemi questo coso”, mi uscì una voce troppo strozzata, troppo diversa.
“Non possiamo”, ma Victoria stessa sembrava non capire il senso delle sue parole.
“Tanto muoio comunque, non cambia niente”.
Robert sollevò il capo e mi fulminò con quegl’occhi in tempesta. Bip-bip-bip. Non riuscii a controllare una certa gioia devastante dentro di me. Una gioia senza senso. Morivo, ma non riuscivo a fare a meno di sentimi fortunata: lui era lì accanto a me.
Victoria cominciò ad armeggiare con numerose spine, finalmente avrei sentito il mio cuore. Il primario se ne andò scuotendo la testa.
“Sei molto tranquilla”, disse Robert ergendosi in tutta la sua altezza, in tutto il suo splendore. In tutto il suo dolore. Il colorito pallido, gli occhi che sembravano non trovare pace, le mani che si torturavano a vicenda.
“Sei molto ansioso.”
Sbuffò come se avessi detto una stupidaggine, “non dovrei esserlo?”
“No.” Affermai risoluta.
Rob lanciò un’occhiataccia alla sorella che, magicamente, si eclissò.
“Dopo tutto quello che abbiamo passato?” ringhiò.
Tum-tum. Sorrisi portandomi una mano al petto.
“Devi andare avanti. E poi quattro giorni non ti avranno di certo sconvolto”, sentii veleno inondarmi il corpo, il cuore che schizzava e gemeva urlando che non era vero, mentre dicevo quelle parole, senza avere il coraggio di fissarlo.
“Stai scherzando?” sobbalzai quando lo sentii così infuriato. “In quattro giorni sei stata l’unica che ha visto Robert Pattinson, sei stata l’unica che mi ha accettato per come sono, che ha rischiato, che si è buttata e che si è subito fidata di me. Chiara, hai portato della polvere di fata nella mia vita.” Tum-tum. Tum-tum. Tum-tum. Fuoco che si impossessava di me, brividi che mi agitavano e il cuore che partiva nel suo galoppo selvaggio.
“Rob”, aprii le mani e lui mi abbracciò mentre il mio cuore esplodeva di pura gioia, “mi hai insegnato a respirare, avevo dimenticato come si faceva, senza di te sarei morta subito”. Mi strinse più forte mentre con le labbra accarezzava i miei capelli.
Improvvisamente si staccò e si guardò intorno pensieroso. Schiuse leggermente la bocca, quindi si fiondò fuori dalla stanza per fare una chiamata. Sentii schegge di ghiaccio conficcarsi nella mia pelle quando sparì dalla mia vista, ma si dileguarono in un attimo, perché Rob tornò immediatamente.
“Ti va di fare un giro a Kensington Gardens?” i suoi occhi brillavano, ubriachi di una nuova speranza.
“Posso?”
“Il primario non oserà dirti di no.”
Sorrisi, “allora... l’ultimo giro ai Kensington Gardens”, rabbrividii e Robert chiuse gli occhi.
***
Nevicava.
Non che fosse una novità, ma era impossibile abituarsi a quella magia.
Le nostre mani erano intrecciate e non sentivo minimamente freddo con Robert accanto.
Passo dopo passo capivo che stavo diventando sempre più debole, sempre più stanca e sempre più gioiosa di andare avanti. Volevo andare avanti. Quei passi sarebbero potuti essere gli ultimi.
“Aspetta”, sussurrò Robert coprendomi gli occhi con le sue mani.
Col cuore in gola per l’emozione, mi feci guidare.
Il tempo era sospeso, il mio respiro più accelerato del suo, i fiocchi di neve si scioglievano a contatto con la mia pelle bollente. Capivo che la nostra meta era il luogo più incantato dei Kensington, capivo che dovevamo tornare dove tutto era iniziato, capivo che, in qualche modo, dovevamo sdebitarci con le forze di Neverland che tanto avevano insistito per farci unire. Ma nemmeno loro potevano qualcosa contro la morte. Dopotutto era il debito che ogni uomo doveva pagare.
Robert tolse le mani dai miei occhi.
Un battito di ciglia bastò a far impazzire il mio cuore. Tum-tum. Tum-tum.
Una lacrima rotolò lungo la guancia e non riuscii a fare a meno di ridere.
Ridevo e piangevo.
I miei genitori corsero ad abbracciarmi, Victoria si soffiava il naso con un fazzolettino immacolato e un pianoforte nero se ne stava lì, davanti alla statua di Peter Pan.
Sospiri e sussurri impregnarono l’atmosfera. Quanto mi erano mancati... Mi stritolarono e, dopo cinque minuti, riuscii ad allontanarmi.
“Cosa... cosa...”, mi passai una mano sulla fronte senz’essere capace di articolare una frase.
“Ho pensato che ti sarebbe piaciuto”, mi voltai verso Robert che mi fissava imbarazzato. Aprii la bocca più volte, ma solo per assomigliare ad un pesce rosso, non riuscivo ad emettere alcun suono.
“Non dire niente. Suona”, propose lui.
Sorrisi e mi diressi al piano. Era stato coperto da un telo in modo che non si rovinasse. Ridacchiai quando giunsi alla conclusione che mi faceva pena.
Mi sedetti sullo sgabello.
Vuoto. Respiro rotto. Cuore che volava. Tum-tum. Tum-tum.
Mancava qualcosa.
“Robert?”
“Sì?”
“Puoi venire vicino a me?”
Non ebbi il coraggio di vedere la sua reazione, ma lo sentii venire verso di me. In pochi istanti si era accomodato e mi fissava incuriosito.
“Tienimi stretta”, arrossii mentre, con la testa, tornavo a ricordi passati.
Lo sentii cingermi la vita e, finalmente sicura, chiusi gli occhi e respirai profondamente. I fiocchi di neve mi facevano il solletico, il profumo di Robert aleggiava intorno a me.
Appoggiai le mani alla gelida tastiera e cominciai a suonare.
“Nuvole bianche, Ludovico Einaudi”, spiegai in un sussurro.
L’impatto con l’aria fu dolce, il suono che giungeva alle orecchie limpido e fresco. E, lentamente, capii che non mancava poi molto. Era giunta l’ora degli addii.
Ogni nota era un mio pezzo d’anima, ogni suono era una mia emozione. Stavo donando tutto di me stessa agli altri. Sarebbe bastato come regalo?
Il mio cuore sprigionava un’energia violenta e calda, ma il mio corpo cominciava ad irrigidirsi, a diventare freddo.
Continuai ad insistere, ad aggrapparmi agli ultimi sospiri, agli ultimi ricordi aprendo gli occhi. Tum-tum. Tum-tum.
Era un suono diverso.
Debole.
Respirai profondamente e tossii.
“Chiara?” Robert mi fissava preoccupato, i miei genitori erano vicino a me, Victoria mi aveva messo una mano sulla spalla.
Puntini neri oscurarono la mia vista e il petto divenne ghiaccio. Sentii qualcosa rompersi e, con il fiato corto, sbagliai una nota. Mi fermai. Non riuscivo ad andare avanti. Tremavo senza controllo e, lentamente, divenne tutto buio.
“Chiara! Chiara!” urla che cercavano di farmi svegliare, ma avevo sonno. Braccia forti che mi stringevano e fiocchi caldi che mi riempivano il viso. O forse... lacrime?
“I believe in fairies, I do, I do”, sentii la voce di Robert rimbombarmi nelle orecchie.
“I believe in fairies, I do, I do. Ascoltami, non andare, non chiudere gli occhi”
Ma non riuscii a fare niente, se non a lasciare a tutti un ultimo dono: il fantasma di un sorriso.



sì, bon. son da fustigare, lo so. ma, ahimè, son stata davvero impegnata. spero vi sia piaciuto, questo capitolo che, per inciso, è l'ultimo. poi c'è l'epilogo.
as always, v'adoro. con tutto il cuore.
dod.
 
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CAT_IMG Posted on 29/7/2009, 09:00Quote

Millennium Member

Group: Cuore di Strega
Posts: 6287
Location: Rinascimento Italiano


Status: Offline: ultima azione eseguita il 9/12/2009, 00:22


Nooooooooooooooooooooooo!!!! Ma come?????? Chiara se ne va cosìììì??? Perchè la vita è tanto crudele??? Volevo sentire anch'io il suo naturale Pum pum....e invece quel bip bip ha tarpato le ali alla speranza. E'come se fosse calata una cappa grigia su questo capitolo...quasi non respiro io che ti ho letta con ansia, augurandomi che le parole di Rob riuscissero a richiamarla indietro. Eppure, in mezzo a tanto fumo e tanto grigiume, una colombella è volata, recando nel becco un ramo d'olivo.
La morte può essere il fantasma scheletrico dei fumetti o una donna addobbata di bianco e calle.
Penso che per la tua Chiara, che ormai è un pò nostra, la morte abbia significato pace dei sensi, protezione stellare, angelicità, redenzione, mai più dolore. Rob è di un'intensità struggente. Assomiglia ad un angelo egli stesso...tu l'hai reso tale e se lui avesse l'opportunità di leggere si commuoverebbe dinnanzi alla tua opera.
Dod, non ti arrabbiare se ti dico che ho un nodo in gola, se mi fa male il petto, se sto per mettermi a piangere in negozio...
Vedi...questo finale mi ha ricordato il racconto dedicato a una ragazza che poi è andata via come la tua Chiara. Non avrei voluto strappare quel filo ma la realtà si è frapposta tra me e la fantasia. Se devi raccontare una storia, devi farlo senza censurare le tue emozioni, senza dare al finale un forzato tocco rosa.
Brava, tesoro...un applauso silenzioso e accorato.
Mi ritiro a riflettere...
 
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CAT_IMG Posted on 29/7/2009, 13:13Quote

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Location: Dal mondo dei sogni...prima o poi sarò costretta a svegliarmi...


Status: Offline: ultima azione eseguita il 7/12/2009, 17:54


Dod, tu non puoi farmi questo, lo sai vero?
Non riesco neanche a scrivere un commento decente...scusami...
 
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CAT_IMG Posted on 29/7/2009, 17:36Quote

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Location: dal mondo dei guai !


Status: Utente anonimo


Che finale da pelle d'oca ,anche se immaginavo che doveva morire ,non pensavo mi avresti fatto venire i brividi cosi per come li ho ! Povera Chiara pero posso dire che ha vissuto gli ultimi giorni con una persona speciale con un buon ricordo per chi se ne va ,ma un ricordo amaro per chi rimane !

p.s aspetto Epilogo

 
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CAT_IMG Posted on 29/7/2009, 18:10Quote

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Status: Offline: ultima azione eseguita il 7/12/2009, 23:20


Tesori miei, siete voi che fate venire i brividi a me con le vostre parole.
Grazie. Banale da dire, molto. Ma detto col cuore.
 
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CAT_IMG Posted on 2/8/2009, 16:25Quote

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Posts: 404
Location: La Gelida Alaska


Status: Offline: ultima azione eseguita il 1/11/2009, 14:57


Sinceramente commosso, Daiana. E'una storia struggente, molto vera e cruda, permeata di romanticismo e mai banale. Meriterebbe una pubblicazione, ad omaggio dell'artista Robert.
Peccato solo per l'endig. Si sa, i desideri dei lettori non sempre conciliano con le direttive degli autori. Rileggendo il tutto una seconda o terza volta ci si rassegna all'idea della morte e la lacrima si asciuga, sostituita da un barlume di speranza.
Non sempre si muore dopo la morte.
Edward Cullen

 
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CAT_IMG Posted on 7/8/2009, 20:39Quote

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Status: Offline: ultima azione eseguita il 7/12/2009, 23:20


Grazie.
Cosa mai potrò dirti se non questo?
Onorata, davvero, che ti sia piaciuta questa storiella. Ahimè, la mia mente strana e contorta non ha ancora capito il perchè del finale. Spero ti piacerà pure l'epilogo *incrocia le dita* che - sempre spero - riuscirò a mettere nei prossimi giorni. Umore permettendo.
Dod.
P.s. grazie, grazie, grazie *-* ma con tutti 'sti complimenti mi monto la testa, eh ù.ù
 
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CAT_IMG Posted on 28/8/2009, 21:16Quote

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Status: Offline: ultima azione eseguita il 7/12/2009, 23:20


Epilogo.

I giorni sono diventati settimane, le settimane mesi, e poi, un giorno come altri...
S’inginocchiò bagnandosi i jeans, schiacciando l’erba. E immaginò come dovessero sentirsi quei minuscoli fili: oppressi da qualcosa di più grande, di più forte, di più crudele. Ma non era lui quello cattivo. Non era lui il tiranno.
Lui era solo una pedina del destino, non poteva nemmeno ribellarsi.
Robert toccò la fredda pietra. Fredda come quei magici giorni trascorsi con lei, fredda come la sua solitudine. Dio, quanto le mancava. Si sentiva lacerare, aveva voglia di gridare, di piangere, aveva anche provato a farlo, ma non si sentiva meglio.
Guardò la lapide.

Chiara Fresaro
12.03.1990
13.01.2009
Figlia e fata di Neverland.


Robert rise. Una risata amara che non aveva nulla a che fare con la felicità.
Ricordava di come l’avesse sentita fredda tra le sue braccia, mentre le lacrime lo soffocavano e, nonostante tutto, avesse cercato di gridare che lui credeva nelle fate. Perché Chiara lo era, questo era certo. E, allora, perché era morta? Forse, in quel momento, avrebbero potuto stare insieme, ridere e ballare davanti alla statua di Peter Pan. Chissà se le piaceva la primavera... Ricordava che amava la neve perché capace di creare atmosfere magiche, soprattutto lì, a Kensington Gardens, il suo Neverland. Sentì il cuore schizzare in gola quando ripensò a quella domanda: “qual è il tuo Neverland?”. Non le aveva risposto e se ne pentiva. Perché lei era il suo Neverland, ovunque Chiara si trovasse anche la magia sarebbe esistita.
E tutto era finito. Puf. Quel sogno non poteva durare per sempre, e infatti si era svegliato, ormai. Non l’avrebbe più vista giocare con i bambini, volteggiare davanti a lui, arrossire quando si accorgeva che gli sguardi di Robert erano diventati troppo insistenti, non avrebbe sentito il suo cuore rimbombare nell’aria. Tum-tum. Tum-tum.
Si portò una mano al petto, affondando le dita proprio nel punto in cui, più volte, aveva sentito scoppiare il cuore della fata più bella di Neverland. La prima volta che l’aveva sentito battere contro la sua pelle era stato mentre ballavano. La seconda quando si erano baciati.
Robert chiuse gli occhi, il fiato corto, la testa che era sul punto di esplodere.
Cercò di reprimere un conato. Lei, fredda, accasciata tra le sue braccia e lui che l’aveva baciata davanti ai suoi genitori nella speranza che la Fuller avesse ragione: fu il tuo bacio, amore, a rendermi immortale.
Ma qualcosa era andato storto. E in quel momento lui era lì, inginocchiato davanti ad una fredda pietra. Una scarica di adrenalina gli fece affondare le dita nel terreno. Avrebbe potuto scavare, avrebbe potuto rivederla.
La sua Chiara.
Il suo Neverland.
Sentì la tasca dei jeans vibrare e tirò fuori il cellulare. Trattenne una smorfia, aveva cancellato la sua vecchia suoneria, non ne voleva più sapere niente. Stupida musichetta.
“Pronto?” sbuffò ascoltando la voce dell’agente. “Ancora con quel film? Jeson, è un progetto enorme. Sì, ho capito che ho ancora tre giorni per pensarci e per il provino, ma no, non lo voglio fare, chiaro?” riattaccò infastidito.
Ogni nostra meta, ogni cosa che amiamo richiede un sacrificio.
Robert chiuse gli occhi e sentì qualcosa schiacciarlo. Era esattamente come quei fili d’erba sotto di lui.
Con fatica compose il numero del suo agente. “E va bene, Jeson, facciamo questo provino”.

The End.



Epilogo. Fine di una storia che mi ha accompagnata durante le due settimane di australiana che mi son beccata a febbraio. Niente scuola, niente greco, niente ginnasio, niente conservatorio, pacchia totale. Fantastico. Per quanto possa essere fantastico avere la febbre a quaranta. Masochista come sono, mi mettevo al computer e passavo il tempo a scrivere, solo per poi, con una faccia da cucciolo, giurare ai miei – che intanto erano a lavoro – che sì, avevo fatto la brava bambina ed ero rimasta tutto il giorno a letto. Bah. Io non riesco proprio a star ferma, non so quanto mi abbiano creduto. Anche perché a mentire son pessima. Ancora non ho capito dove sbaglio. È ridicolo, davvero.
Comunque. Grazie. Grazie perché avete letto questo delirio. Grazie perché avete perso un po’ del vostro tempo per una storia senza senso. Grazie e basta. Banale da dire, c’è poco da fare, ma tant’è.
V’adoro con tutto il cuore.
Dod.
 
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12 replies since 25/5/2009, 20:37
 
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